leggere, ascoltare, vedere, pensare, sognare . . .
In questi ultimi giorni ho ascoltato praticamente in loop un solo disco "The Bittersweet Constrain" di Jill Tracy.
Jill è una cantante, pianista, compositrice di San Francisco salita alla ribalta musicale proponendo canzoni che molti hanno catalogato come dark-cabaret. In effetti nelle sue interpretazioni si riscontra un gusto particolare per l'oscurità costruito in modo tale da risultare magnetico e sensuale.
Per certi versi mi ricorda tanto Patricia Barber quanto Tori Amos, ma con una veste più cupa e teatrale. Questo suo quarto disco coniuga perfettamente fascino e inquietudine. Forse non è propriamente un cd solare, ma la notte vive anche d'estate e vuole la sua musica.
mp3 Haunted by the Thought of You
Ding dong
Si avverte la gentile, affezionata e splendida utenza del presente blog che a causa del ripetersi quotidiano di commenti spam l'amministratore (ehm io insomma...) ha suo malgrado dovuto prendere la decisione di limitare i commenti ai soli utenti registrati di splinder.
Auspicando di poter rimuovere questa limitazione nel più breve tempo possibile, onde consentire la libera espressione di pensiero ai pochissimi, ma importantissimi commentatori non iscritti a splinder che transitano di tanto in tanto qua dentro (ciao kurz), colgo l'occasione per porgere a tutti i più sentiti
Cordiali saluti
post scriptum
questo post si autodistruggerà entro 24 ore
sempre che non mi dimentichi di cancellarlo
È un po’ di tempo che non si parla di musica qua dentro, ma non è sparita, anzi. Difficile parlare di musica, cinema, libri di gioie per lo spirito quando basta il titolo di qualunque quotidiano per mandarti in malora la giornata. Proviamo a resistere a questo “trend negativo” (come parliiiii!!!), ecco allora cinque piccole proposte, cinque pillole, di quelle che fanno bene.
Piove...
Rutelli riscaldato, ora si raffredda solitario per le strade di Roma. Le mani nei capelli, tanti, troppi (invidia), disperato singhiozza "ho perso roma... ho perso roma". Nel mentre... alcuni si chiedevano "Sfortunato o distratto?"; altri - finto-sorpresi- cercavano risposte a domande che nessuno aveva posto; altri ancora quasi increduli esultavano: "e adesso una bella marcia"; non pochi sadomasochisti dicevano "chi se fotte, tanto è della margherita". Sessantamila - o forse più - in silenzio ghignavano.
Dopo quattordici anni di campagne elettorali caratterizzate da scontri accesi, tensioni continue, insulti, minacce più o meno velate, quest'anno i caratteri del confronto politico mi sono apparsi molto più blandi sotto questo profilo. E' un bene? Tutto sommato non lo so. So però che in passato si è spesso affermato che la dura contrapposizione tra le coalizioni pregiudica la comunicazione di contenuti e programmi. Cionononostante in questa pacata campagna elettorale di contenuti non ne ho visto poi tantissimi. Si è parlato tanto e male di Alitalia, poco e niente di Sud, tanto di salari e prezzi, genericamente di mercato, crescita e globalizzazione.

Dopo una dura giornata di lavoro ieri sera ho pensato di fare due passi al centro della mia cittadina, così... tanto per respirare un po' e rilassarmi vagando senza una meta. Purtroppo - come direbbe Tardelli - non ci sono riuscito granché, perché dopo pochi passi ho dovuto mio malgrado ammirare la città ricoperta di cartelloni elettorali freschi di stampa. Volti giganteschi seriosi, sognanti, sorridenti o fiduciosi che mi squadravano da capo a piedi implorando un voto ora per il cambiamento, ora per la sicurezza, ora per le famiglie, ora per la giustizia. <<Perché ora?>>
Nel mentre Rachele cantava...
Ciao,che fai? mi vuoi?
ok,ti va?
di qua,ci sei? ne fai miracoli..
reciti bene
La colonna sonora mi sembrava ironica, così ho spento l'Ipod, perché non avevo voglia di sorridere, né tantomeno di continuare a pensare alle richieste di quei volti sui cartelloni. Così ho continuato ad andare a zonzo, finché mi sono soffermato a guardare con attenzione la vetrina di un pizzicagnolo curata come quella di una gioielleria. Scelto il mio diamante di formaggio sono entrato per comprarlo. La clientela in attesa al bancone discuteva - ahimé - di politica: <<...oni ha detto>>, <<...oni ha fatto>>, <<...oni siamo>>, <<...oni sono>>. Mi faceva uno strano effetto sentire sempre le stesse parole, gli stessi argomenti, gli stessi nomi, le stesse rime. Che brutta recita. Ma chi ha scritto la sceneggiatura? Un pensiero imperativo: <<Non entrare in discussione>>
<<Sì quello, me ne dia quattro etti, grazie>>. Ho pagato e sono uscito dal negozio sollevato e chiedendomi <<riuscirò a salvarmi dalla campagna elettorale? riuscirò a resisterle oggi?>>. Manco detto e incrocio un ex collega dell'università, ciellino, che ho sempre considerato poco più che un coglione. Credo che lui ricambi da sempre ed allo stesso modo la mia stima nei suoi confronti, per questo ogni volta ci evitiamo con piacere: un saluto da lontano, un cenno con la testa rispettoso, formale e vicendevolmente ipocrita.
Stavolta però mi è venuto incontro sorridente e capisco. <<Allora da che parte stai in questa campagna?>> ha esordito senza un ciao <<Mah... boh... vedremo>> tagliando corto. <<Io sto appoggiando il movimento di Ferrara>> ha replicato con un tono entusiasta. Cosa rispondere? 'Sticazzi? Ecchisene? Peggio per te? Per poi passare un'ora a discutere con questo elemento? No. <<Chi?>> cascando dalle nuvole. <<Ferrara, Giuliano Ferrara, non pigliarmi per il culo>>. Ho cercato di non ridergli in faccia, poi ho replicato <<No figurati, non era mia intenzione e la domanda ti assicuro che è lecita: "Chi è Ferrara?" Il direttore de "Il foglio", l'ex ministro dei rapporti con il Parlamento del governo Berlusconi, l'autore di "Ai comunisti. Lettere da un traditore", l'opinionista di "Otto e mezzo", l'esponente della TV Trash, il bambino che stava sulle ginocchia di Togliatti? Chi? Ce ne sono altri? Mi sono perso qualche puntata?>>
<<Tanto lo so dove vuoi andare a parare... le solite stronzate>>
<<Ecco lo hai detto, le solite stronzate, vedi che siamo d'accordo. Dai scappo che è tardi, c'è la partita, semmai mi racconti meglio la prossima volta>> l'ho liquidato come il coglione che è, mi ha salutato senza il sorriso d'esordio e me ne sono andato pensando <Per fortuna non siamo arrivati a parlare della castrazione, quel che si dice culo>>,
ho riacceso l'Ipod
dig yourself
Il problema... il problema ... è una parola focalizzare il problema... ce ne fosse solo uno...
un problema ecco... un problema, non irilevante, è che non credo più a niente.
Leggo il giornale e nel migliore dei casi vomito.
Guardo i TG e inizio a grattarmi le braccia come se mille zanzare mi avessero punto contemporaneamente.
I programmi di approfondimento poi fanno riecheggiare nella mia mente ad libitum una sola parola,
"Bullshit"
Come un tarlo scava in profondità nella testa e nuota fra neuroni avvizziti, annoiati, atrofizzati.
C'è aria di campagna elettorale... fiumi di inchiostro, montagne di carta, "Bullshit" per tutti.
A volte mi sembra di sentirne l'odore. Preoccupante, anzichenò. Ci vorrebbe una moratoria per le stronzate, mi dico. Quasi quasi la propongo, tanto vanno di moda, le une e le altre.
Ma dicevo.... un problema è scoprire che il mio livello di diffidenza verso i media ha raggiunto livelli ormai inverosimili. Ma non è colpa mia. Leggere un articolo di cronaca ben fatto, che non consideri la grammatica un optional, citi le fonti o almeno rispetti l'elementare regola delle cinque w (WHO, WHAT, WHEN, WHERE, WHY), è un evento così raro che quei pochi giornalisti capaci di scriverlo sono sotto la protezione del WWF, per ora accanto al Panda, ma molto vicini al Dodo.
Capire cosa succede è così sempre più difficile.
Prendiamo ad esempio la vicenda dei rifiuti in Campania. Da come ce l'hanno raccontata sembra quasi un evento improvviso. Pare di vedere Bassolino che affacciandosi una mattina alla finestra esclami: "E da dove arrivano tutti questi rifiuti, ieri non c'erano".
Per non parlare della tanto discussa storia del Papa e la Sapienza. Sono state scritte e dette tante di quelle cose su questa storia. Abbiamo assistito alla consueta recita delle dichiarazioni contrapposte, tante, tante, troppe opinioni e magari nessuno ha mai letto l'appello dei professori scritto affinché l'evento incongruo venisse annullato.
Spesso non si parla del sasso nello stagno e ci si ferma a guardare i cerchi nell'acqua.
Godiamoci quindi il ridicolo palleggio di responsabilità tra governo e cei domandandoci: sapremo mai la verità? Forse tra qualche anno, magari quando faranno una fiction su Papa Ratzy con Harrison Ford nei panni del protagonista... disgustosa anche solo l'idea, lo so, ma la realtà cari miei supera sovente la fantasia.
Del resto, parlando di fiction, chi mai avrebbe potuto immaginare che l'idea di realizzarne una su Federico Barbarossa potesse derivare dalla mente di Umberto Bossi versione post Luisa Corna?
Eppure la telefonata di Saccà con Mr. B ce lo ha confermato ("Perché Legnano è Legnano!" 'sticazzi). Telefonata che ci conferma un'altra cosa: ognuno tira acqua al suo mulino. Così se Bossi voleva Barbarossa, la Cei forse ha chiesto "Don Matteo". E fin qua la sopportazione ha ancora un limite, certo molto labile. Purtroppo viene superato dal fatto di non sapere chi ha voluto l'orribile fiction su "Il capo dei capi" (Totò Riina all'anagrafe). Mi piacerebbe vedere in faccia chi ha avuto il coraggio di concepire un titolo così dolorosamente e stupidamente ridicolo e stronzo per un lavoro (giammai userò la parola opera) televisivo di cui avrei volentieri fatto a meno.
Fare a meno... già... altro elemento di grande attualità. Tutti noi vorremmo fare a meno di qualcosa, perché superfluo, inutile, fastidioso ma poi spesso non ci riusciamo, non sempre per nostra colpa. Io avrei fatto a meno della sputtanatissima locuzione: "è una questione politica!". Quante volte - confessatelo - vi è capitato di assistere a dibattiti dove il senatore o il ministro di turno si crogiolava nel dire ad alta voce "perché è una questione politica!", magari eludendo il merito della discussione. Ma perché non ci si rende conto del senso del ridicolo di certe parole. Ma che altro può essere, mi domando io, se non una questione politica?
Almeno così facevo fino a ieri, quando dinanzi alle scelte di Mastella mi sono affaticato alla ricerca della questione per affidarle un aggettivo. Politica? Polis? Naaaaaa. Non funge, accostamento improbabile. Personale? Meglio, ma non del tutto. Poi mi sono reso conto che non c'era un aggettivo adatto, bisognava crearne uno nuovo. "E' una questione polinale!". Pur temendo la potenziale rima, mi sono detto "Ecco adesso ci siamo, polinale un po' politica e un po' personale". La ricerca delle percentuali dell'una e dell'altra è però un mistero su cui non intendo indagare.
Il problema di dischi come questi è che rischiano di passare inosservati. Non solo perché tutto sommato sono proposte di nicchia, ma anche perché pur uscendone, non sono e non saranno mai sfolgoranti e appariscenti.
I suoni rindondanti, gli echi possono così confondersi nel quotidiano senza lasciare il segno, un segno invece esistente e visibile caratterizzato dal bizzarro binomio est-folk in tal caso trasfigurato.
Prestando un po' di attenzione, solo un po' più del normale può allora essere interessante accorgersi che questa è una musica bastarda, impura e forse proprio per questo più vera e suggestiva e interessante di tante proposte pre-masticate che affollano gli scaffali dei negozi o le web-vetrine del download.
Come un elaborato piatto della nouvelle cousine elegante, ma insipido, come un rosso tramonto su cui incombe minaccioso un nuvolone, come un mezzo bacio dato e non dato, come una foto sfocata, come un bell'abito che cade male, come una birra fresca, ma evaporata, come un orologio svizzero fermo, come un barolo d'annata che sa di tappo... e si potrebbe continuare all'infinito. Sono mille le situazioni in cui si prova la sensazione netta che manchi qualcosa o all'inverso che qualcosa sia di troppo. Situazioni che possono infastidire o deludere. Come questo disco di Laura Veirs recentemente pubblicato dalla prestigiosa etichetta Nonesuch.
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